Il relativismo è bellissimo

popebgRelativismo è una di quelle parole che si sentono citare in continuazione, il più delle volte a sproposito. Il Papa dice che è il male (uno dei tanti), quindi, in un paese genuflesso com’è il nostro, l’aggettivo “relativista” viene utilizzato sempre più spesso come elemento dequalificante. Proprio ieri Joseph Ratzinger, in arte Benedeto XVI, è tornato sull’argomento: “all’epoca attuale si registra in molti ambienti una sorta di ‘dittatura del relativismo’”, ha detto.

Ma cos’è questo relativismo che tanto fa infuriare i cattolici? I sostenitori del relativismo affermano che non possono esistere verità assolute, valide per tutti indipendentemente dalle variabili culturali, storiche e sociali, dal momento che tutto è relativo rispetto al contesto in cui è inserito. La verità è relativa, dicono, anche perché la possiamo conoscere ed esprimere solo filtrata e distorta dai condizionamenti a cui tutti siamo soggetti e che variano significativamente in ogni società.

Si capisce come, in un epoca in cui da più parti si dilettano a soffiare sulle scintille dello scontro di civiltà, il relativismo è nel mirino di molti, dato che afferma che non può esistere un’unità di misura universale per comparare i valori culturali, perché ogni cultura, in fin dei conti, è unica essendo il prodotto di processi storici unici. Perciò chi giudica le altre culture con i parametri costituenti della propria, può avere solo un giudizio distorto e fallace.

L’esempio più chiaro di questo agire l’ha fornito Silvio Berlusconi all’indomani dell’11 settembre, quando ha affermato che “l’Occidente deve avere la consapevolezza della superiorità della sua civiltà“. Quest’affermazione, questo tentativo di creare classifiche tra civiltà superiori e inferiori è per il relativismo un’oscenità. Perché il vituperato relativismo non è altro che il modo più rispettoso per approcciarsi alla comprensione delle altre culture tenendo presente i fenomeni complessi che le hanno generate e mettendo da parte le lenti deformanti che siamo abituati a portare addosso. I giudizi valoriali, come ridicole classifiche sul grado di sviluppo, non possono essere contemplati come verità assolute.

Il relativismo prende atto dell’esistenza di diverse concezioni morali senza voler imporre le proprie, difende la ricchezza del pensiero bandendo le pulsioni egemonizzanti. Per questi motivi il relativismo non può andare a genio ai detentori delle verità rilevate, capi religiosi in primis, che non perdono occasione per demonizzarlo.

A riguardo, la Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2002, Prefetto Ratzinger, a muso duro scriveva:

“È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia.[12]  Avviene così che, da una parte, i cittadini rivendicano per le proprie scelte morali la più completa autonomia (…) come se tutte le possibili concezioni della vita avessero uguale valore.”

Da brividi. Per Ratzinger e soci il “pluralismo etico” – la possibilità che coesistano differenti visioni etiche nella stessa società, anche non in linea con i dogmi del Vaticano – addirittura “sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione”. Sono sbalorditi dal fatto che, “purtoppo”, il pluralismo etico sia considerato “la condizione per la democrazia”. Rabbrividiscono al pensiero che qualcuno rivendichi “per le proprie scelte morali la più completa autonomia”.

Nessuno si aspetta lezioni di democrazia dal Vaticano, che di fatto è l’ultima monarchia assoluta d’Europa, ma è chiaro che l’idea prevalente di democrazia è incompatibile con una morale forzatamente univoca. Al contrario, la democrazia migliore dovrebbe essere quella in cui, nonostante le invettive del pontefice di turno, si contano tante pluralità etiche quanti sono i cittadini.

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