Archivi categoria: Belpaese

Se non vivessi qui anch’io

vi chiederei che cosa si prova a stare in Italia, l’unico paese al mondo in cui le avventure giudiziarie del Premier hanno una pagina apposta su wikipedia. E dove nonostante la situazione lo richieda con una certa urgenza, quello che sulla carta dovrebbe essere il maggior partito d’opposizione non fa opposizione, anzi non è nemmeno un partito. Perché il Pd non è un partito, è una suggestione mediatica venuta male. Qui però ci vivo anch’io, quindi lo so cosa si prova. Angoscia.

Padagnia libera!

Ma l’avete già sentito parlare il figlio del senatùr? Renzo Bossi, reduce da un triplo respingimento carpiato alla maturità, già team manager della nazionale (eh?) padana di calcio e neomembro dell’ “Osservatorio sulla trasparenza e l’efficacia del sistema fieristico lombardo” (riuscirà a ricordarselo il nome dell’ente per cui lavora?) con stipendio – pare – di 12mila euro al mese, costui, dicevo, parla peggio di suo padre. Dopo l’ictus.

NB: Wow!, questo è giornalismo d’assalto: “tutte le padane aspettano ti sapere se sei fidanzato, ti sposerai?”

[video: lemalvestite.net]

Il relativismo è bellissimo

popebgRelativismo è una di quelle parole che si sentono citare in continuazione, il più delle volte a sproposito. Il Papa dice che è il male (uno dei tanti), quindi, in un paese genuflesso com’è il nostro, l’aggettivo “relativista” viene utilizzato sempre più spesso come elemento dequalificante. Proprio ieri Joseph Ratzinger, in arte Benedeto XVI, è tornato sull’argomento: “all’epoca attuale si registra in molti ambienti una sorta di ‘dittatura del relativismo’”, ha detto.

Ma cos’è questo relativismo che tanto fa infuriare i cattolici? I sostenitori del relativismo affermano che non possono esistere verità assolute, valide per tutti indipendentemente dalle variabili culturali, storiche e sociali, dal momento che tutto è relativo rispetto al contesto in cui è inserito. La verità è relativa, dicono, anche perché la possiamo conoscere ed esprimere solo filtrata e distorta dai condizionamenti a cui tutti siamo soggetti e che variano significativamente in ogni società.

Si capisce come, in un epoca in cui da più parti si dilettano a soffiare sulle scintille dello scontro di civiltà, il relativismo è nel mirino di molti, dato che afferma che non può esistere un’unità di misura universale per comparare i valori culturali, perché ogni cultura, in fin dei conti, è unica essendo il prodotto di processi storici unici. Perciò chi giudica le altre culture con i parametri costituenti della propria, può avere solo un giudizio distorto e fallace.

L’esempio più chiaro di questo agire l’ha fornito Silvio Berlusconi all’indomani dell’11 settembre, quando ha affermato che “l’Occidente deve avere la consapevolezza della superiorità della sua civiltà“. Quest’affermazione, questo tentativo di creare classifiche tra civiltà superiori e inferiori è per il relativismo un’oscenità. Perché il vituperato relativismo non è altro che il modo più rispettoso per approcciarsi alla comprensione delle altre culture tenendo presente i fenomeni complessi che le hanno generate e mettendo da parte le lenti deformanti che siamo abituati a portare addosso. I giudizi valoriali, come ridicole classifiche sul grado di sviluppo, non possono essere contemplati come verità assolute.

Il relativismo prende atto dell’esistenza di diverse concezioni morali senza voler imporre le proprie, difende la ricchezza del pensiero bandendo le pulsioni egemonizzanti. Per questi motivi il relativismo non può andare a genio ai detentori delle verità rilevate, capi religiosi in primis, che non perdono occasione per demonizzarlo.

A riguardo, la Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2002, Prefetto Ratzinger, a muso duro scriveva:

“È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia.[12]  Avviene così che, da una parte, i cittadini rivendicano per le proprie scelte morali la più completa autonomia (…) come se tutte le possibili concezioni della vita avessero uguale valore.”

Da brividi. Per Ratzinger e soci il “pluralismo etico” – la possibilità che coesistano differenti visioni etiche nella stessa società, anche non in linea con i dogmi del Vaticano – addirittura “sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione”. Sono sbalorditi dal fatto che, “purtoppo”, il pluralismo etico sia considerato “la condizione per la democrazia”. Rabbrividiscono al pensiero che qualcuno rivendichi “per le proprie scelte morali la più completa autonomia”.

Nessuno si aspetta lezioni di democrazia dal Vaticano, che di fatto è l’ultima monarchia assoluta d’Europa, ma è chiaro che l’idea prevalente di democrazia è incompatibile con una morale forzatamente univoca. Al contrario, la democrazia migliore dovrebbe essere quella in cui, nonostante le invettive del pontefice di turno, si contano tante pluralità etiche quanti sono i cittadini.

Fa male ammettere che al momento vincono 2 a 0

Credo che questa canzone degli Offlaga Disco Pax in questi giorni dica molto di quello che c’è da dire a riguardo.

Tranquilli, ci pensa lui

cipensoioCorreva l’anno 2002. Un litro di benzina senza piombo costa 1,04 €, al Festival di Sanremo vincono i Matia Bazar, a Cogne si compie il noto infanticidio, è proclamato santo Francesco Forgione in arte Padre Pio e Silvio Berlusconi, tanto per cambiare, è capo del governo.

Il 17 gennaio di quell’anno Repubblica titola: «Berlusconi: “Mi occuperò io di lotta alla prostituzione”». A seguito di un incontro con don Benzi (che nel frattempo ha reso l’anima al Signore) e due prostitute amiche sue a Palazzo Grazioli (quel Palazzo Grazioli), il self made man milanese “commosso fino al pianto” assicura la sua dedizione alla causa del fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII: lotta senza quartiere alla prostituzione.

“Ora me ne occuperò io”, dice. Poi dona alle due ragazze cinque milioni a testa. Ne esce fuori la solita paccottiglia di propaganda nauseante impastata di lacrime, banconote e buoni sentimenti. Ma sono i noti eventi di sette anni dopo ad aggiungere un lato grottesco alla vicenda.

Perché il mercato del sesso non solo non ha avuto flessioni in questi sette anni, ma ha acquisito clienti illustri. Il Berlusconi che pubblicamente si arruola nella crociata antiprostituzione con la benedizione delle gerarchie d’Oltretevere, alle prostitute non è così estraneo, pare. Poco male, per una volta che mantiene la parola data. Non aveva forse promesso di occuparsi della prostituzione? Beh, a suo modo l’ha fatto.

Correva l’anno 2002. Un litro di benzina senza piombo costa 1,04 €, al Festival di Sanremo

vincono i Matia Bazar, a Cogne si compie il noto infanticidio, è proclamato santo Francesco

Forgione in arte Padre Pio e Silvio Berlusconi, tanto per cambiare, è capo del governo.

Il 17 gennaio di quell’anno Repubblica titola: “Berlusconi: ‘Mi occuperò io di lotta alla

prostituzione'”. A seguito di un incontro con don Benzi (che nel frattempo ha reso l’anima al

Signore) e due prostitute amiche sue a Palazzo Grazioli (quel Palazzo Grazioli), il self made man

brianzolo “commosso fino al pianto” assicura la sua dedizione alla causa del fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII.

“Ora me ne occuperò io”, dice. Poi dona alle due ragazze cinque milioni a testa. Ne esce fuori la

solita paccottiglia di propaganda nauseante impastata di lacrime, banconote e buoni sentimenti.

Ma sono i noti eventi di sette anni dopo ad aggiungere un lato grottesco alla vicenda.

Perché il mercato del sesso non solo non ha avuto flessioni in questi sette anni, ma ha acquisito

clienti illustri. Il Berlusconi pubblicamente aurruolatosi nella crociata antiprostituzione con

la benedizione delle gerarchie d’Oltretevere, alle prostitute non è così estraneo, pare. Poco

male, per una volta che mantiene la parola data. Aveva promesso di occuparsi della prostituzione?

Bene, a suo modo l’ha fatto.

Le ronde di notte

Rembrandt_La_ronda_di_notte_icona“Ronda di notte” è il titolo di un celebre quadro di Rembrandt. I volti distesi dei personaggi ritratti dal pittore fiammingo trasmettono un senso di distacco e lucidità (pure troppo. Che abbiano raggiunto il Nirvana?), nonostante la scena sia in qualche modo tragica. C’è chi carica i moschetti, chi li imbraccia pronto a fare fuoco, chi indica il nemico con le alabarde, chi suona i tamburi per dare il ritmo alla marcia. Tutto sembra pronto per difendere la città dal pericolo minaccioso alle porte.

Quattro secoli dopo altre ronde si organizzano di notte per difendere le città da altri pericoli più o meno immaginari, sicuramente meno minacciosi. La situazione non è tragica come quella del quadro, ma i protagonisti non sembrano avere la stessa lucidità della milizia di Amsterdam.

Ieri notte a Massa c’è stato uno scontro tra neofascisti e una controronda di risposta alle ronde “Sss” – che acronimo curioso –  di militanti de La Destra. Episodi simili erano già successi a Padova tra una ronda di leghisti a caccia di criminali e militanti del Centro Sociale Pedro che stavano distribuendo coperte e vestiti  ai senzatetto. E probabilmente fatti del genere accadranno di nuovo.

Chi l’avrebbe mai detto che proprio le ronde che dovevano servire – a quanto dicevano – a portare sicurezza finora hanno provocato solo disordini? Quella di Rembrandt vista da qui fa quasi nostalgia. Aveva ragione Marx quando diceva che “la storia si ripete sempre due volte: la prima volta in tragedia la seconda in farsa”. Ma se il barbone di Treviri ormai ai più fa solo sorridere, le ronde-farsa non sono buone nemmeno per quello.

In viaggio col contagio

Ieri sera ero sul treno che mi stava trasportando nell’apatica cittadina in cui mi tocca stare per  buona parte dell’anno. A condividere il caldo da girone infernale dello scompartimento (finestrini  sigillati e aria condizionata che non funzionava, tanto per cambiare), seduta di fronte a me, c’era una  signora dell’Est bionda, paffuta, sulla cinquantina. E con due occhi inquieti che continuavano a guardarsi attorno. Rompe il silenzio e mi chiede:
“Lei fino dove arriva?”
“Scendo alla prossima”
“Alla prossima? Ah… Perché io ho paura. Ho paura stare da sola”

Aveva paura. E l’ha detto con un tono così disperato, così timoroso, così preoccupato che sembrava quasi inevitabile che dovesse succederle qualcosa di estremamente negativo prima di arrivare a destinazione. Continua a leggere