Faccio outing #1

Ebbene sì, collezionavo sottobicchieri.

Si era ancora nella prima adolescenza, e mentre gli amici il sabato sera nei pub assecondavano le loro tempeste ormonali abbozzando goffi approcci verso sbarbine disinvolte (o sufficientemente ubriache), io mi occupavo di dischetti di cartone.
Baffonellaltodeicieli
Dischetti di cartone, capite?
Gioventù sprecata.

Poi ho iniziato ad appassionarmi più a quello che c’era dentro ai bicchieri che a quello che stava sotto, così mi sono liberato dei sottobicchieri.
Di tutti tranne uno, quello con il baffone della birramoretti che ora fa bella mostra di sé appiccicato sullo sportello dell’armadio, proprio affianco al santino di Padre Pio della padrona di casa.
Risparmiati pure le stimmate Baffo, io confido in te a prescindere.

Ho trovato Dio

god

Product describtion: An empty sealed can that materializes immaterial needs. Design: Mads Hagstrøm Materials: Recycable tinplate/white sustainable paper label /black waterbased print Weight: 45g/1.5oz. Measures: Ø:8cm/H:5cm

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ICN 781, meglio sveglio

E’ una di quelle cose che faccio almeno una volta all’anno: attraversare in treno di notte l’Italia da Nord a Sud e viceversa. Milano-Lecce e ritorno: 11 ore filate a viaggio passate a guardare il paesaggio scuro che scorre veloce dietro al vetro, illuminato solo dalle luci elettriche e dalla luna, quando c’è. Chiudere gli occhi e cercare di dormire sarebbe un vero peccato dal momento che solo questo spettacolo ricompensa il prezzo del biglietto, il vagone strapieno, l’aria condizionata che non c’è quasi mai e il ritardo che c’è quasi sempre.

Io lo faccio – stare sveglio, dico – perché l’Italia è anche il paesaggio che si vede dall’InterCityNotte 781 Milano-Lecce. E’ le luci delle tv accese dentro le case, gli uomini che fumano sul balcone dopo cena, i ragazzi seduti sulle panchine nella piazzetta del paese, i campi coltivati, le fabbriche, le chiese, le strade deserte, le insegne luminose dei centri commerciali, gli scheletri degli edifici dismessi, le auto in coda al passaggio a livello, i campi di calcio, i panni stesi, le parabole sui tetti e il Mediterraneo che sbatte contro la spaggia.

Ma è anche il contorno di varia umanità che ha preso posto dentro il treno. E’ la signora affianco che russa, la ragazza albanese con la fascia gialla stretta attorno alla vita, l’anziano che si addormenta tenendo per mano sua moglie, e io, accanto al finestrino, che proprio non posso smettere di guardarmi attorno, dentro e fuori dal treno, e di sorridere. Perché, dopotutto, lo so solo io quanto mi piace essere circondato da tutto questo.

Il relativismo è bellissimo

popebgRelativismo è una di quelle parole che si sentono citare in continuazione, il più delle volte a sproposito. Il Papa dice che è il male (uno dei tanti), quindi, in un paese genuflesso com’è il nostro, l’aggettivo “relativista” viene utilizzato sempre più spesso come elemento dequalificante. Proprio ieri Joseph Ratzinger, in arte Benedeto XVI, è tornato sull’argomento: “all’epoca attuale si registra in molti ambienti una sorta di ‘dittatura del relativismo’”, ha detto.

Ma cos’è questo relativismo che tanto fa infuriare i cattolici? I sostenitori del relativismo affermano che non possono esistere verità assolute, valide per tutti indipendentemente dalle variabili culturali, storiche e sociali, dal momento che tutto è relativo rispetto al contesto in cui è inserito. La verità è relativa, dicono, anche perché la possiamo conoscere ed esprimere solo filtrata e distorta dai condizionamenti a cui tutti siamo soggetti e che variano significativamente in ogni società.

Si capisce come, in un epoca in cui da più parti si dilettano a soffiare sulle scintille dello scontro di civiltà, il relativismo è nel mirino di molti, dato che afferma che non può esistere un’unità di misura universale per comparare i valori culturali, perché ogni cultura, in fin dei conti, è unica essendo il prodotto di processi storici unici. Perciò chi giudica le altre culture con i parametri costituenti della propria, può avere solo un giudizio distorto e fallace.

L’esempio più chiaro di questo agire l’ha fornito Silvio Berlusconi all’indomani dell’11 settembre, quando ha affermato che “l’Occidente deve avere la consapevolezza della superiorità della sua civiltà“. Quest’affermazione, questo tentativo di creare classifiche tra civiltà superiori e inferiori è per il relativismo un’oscenità. Perché il vituperato relativismo non è altro che il modo più rispettoso per approcciarsi alla comprensione delle altre culture tenendo presente i fenomeni complessi che le hanno generate e mettendo da parte le lenti deformanti che siamo abituati a portare addosso. I giudizi valoriali, come ridicole classifiche sul grado di sviluppo, non possono essere contemplati come verità assolute.

Il relativismo prende atto dell’esistenza di diverse concezioni morali senza voler imporre le proprie, difende la ricchezza del pensiero bandendo le pulsioni egemonizzanti. Per questi motivi il relativismo non può andare a genio ai detentori delle verità rilevate, capi religiosi in primis, che non perdono occasione per demonizzarlo.

A riguardo, la Congregazione per la Dottrina della Fede nel 2002, Prefetto Ratzinger, a muso duro scriveva:

“È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia.[12]  Avviene così che, da una parte, i cittadini rivendicano per le proprie scelte morali la più completa autonomia (…) come se tutte le possibili concezioni della vita avessero uguale valore.”

Da brividi. Per Ratzinger e soci il “pluralismo etico” – la possibilità che coesistano differenti visioni etiche nella stessa società, anche non in linea con i dogmi del Vaticano – addirittura “sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione”. Sono sbalorditi dal fatto che, “purtoppo”, il pluralismo etico sia considerato “la condizione per la democrazia”. Rabbrividiscono al pensiero che qualcuno rivendichi “per le proprie scelte morali la più completa autonomia”.

Nessuno si aspetta lezioni di democrazia dal Vaticano, che di fatto è l’ultima monarchia assoluta d’Europa, ma è chiaro che l’idea prevalente di democrazia è incompatibile con una morale forzatamente univoca. Al contrario, la democrazia migliore dovrebbe essere quella in cui, nonostante le invettive del pontefice di turno, si contano tante pluralità etiche quanti sono i cittadini.

Fa male ammettere che al momento vincono 2 a 0

Credo che questa canzone degli Offlaga Disco Pax in questi giorni dica molto di quello che c’è da dire a riguardo.

La strada più lunga

Christoph Rehage è partito da Beijing (che sarebbe Pechino, ma Beijing fa più cosmopolita) nel giorno del suo 26esimo compleanno nel novembre del 2007, con l’intenzione di tornare a casa a piedi prendendo la strada più lunga, the longest way. Ha attraversato la Cina per 4646 chilometri, lasciando crescere barba e capelli durante il viaggio, fotografandosi nelle tappe più importanti per condividere con il resto del mondo il suo cammino in formato jpeg. Il risultato è l’esaltante video qui sotto composto da centinaia di self pics (che poi sarebbero gli autoscatti, ma self pics fa più cosmopolita).
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Ridondanza

Non che ne senta la mancanza, tutt’altro, ma mi chiedo perché quest’anno non ci sia traccia di Lucignolo Bellavita, la rubrica frivola e gossippara di Studio Aperto. Vuoi vedere che a Mediaset si sono accorti che già Studio Aperto è una rubrica frivola e gossippara e di quanto sia conseguentemente inutile averne anche una seconda?